<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"><channel><title>Multilinguismo |</title><link>https://clementgodbarge.com/it/tag/multilinguismo/</link><atom:link href="https://clementgodbarge.com/it/tag/multilinguismo/index.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><description>Multilinguismo</description><generator>HugoBlox Kit (https://hugoblox.com)</generator><language>it-it</language><lastBuildDate>Sun, 06 Sep 2026 00:00:00 +0000</lastBuildDate><image><url>https://clementgodbarge.com/media/icon_hu_64a6c3bec25b3d7b.png</url><title>Multilinguismo</title><link>https://clementgodbarge.com/it/tag/multilinguismo/</link></image><item><title>Il recinto, non il rogo</title><link>https://clementgodbarge.com/it/post/fence-not-fire/</link><pubDate>Sun, 06 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate><guid>https://clementgodbarge.com/it/post/fence-not-fire/</guid><description>&lt;p&gt;In un capannone di North Las Vegas, Amazon fa girare una macchina che taglia il dorso ai libri usati. I fogli sciolti passano nello scanner, poi la carta va al macero. Il
ha paragonato l’operazione a un rogo di libri dei nostri giorni, senza risparmiarsi un solo luogo comune: Savonarola, foto di repertorio di volumi dall’aria antica e, si capisce, la pira di Berlino. I giornali seri, com’era prevedibile, hanno tenuto un tono più freddo, ma hanno lasciato aleggiare lo stesso paragone. E per quanta indignazione sfoggino, con l’industria dell’IA questi articoli hanno usato il guanto di velluto. Chi controllerà il sapere che passa sotto lo scanner? La domanda dovrà attendere che ci siamo tolti di mezzo la sciocchezza del rogo.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="uno-scanner-non-è-un-rogo"&gt;Uno scanner non è un rogo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Distruggere una copia non basta a fare della scansione distruttiva l’equivalente moderno dei falò di Savonarola o dei roghi nazisti. Quegli atti traevano il loro senso da ciò che veniva condannato, e dal perché. Il povero frate, trascinato in ogni polemica sui libri bruciati, chiedeva alla gente di dare alle fiamme una parte dei propri beni come penitenza pubblica. I roghi nazisti mettevano in scena un ripudio d’altro genere: bruciare i libri in piazza voleva dire che i loro autori non avevano posto nella vita culturale tedesca. In entrambi i casi la distruzione era un gesto, una rappresentazione. La scansione distruttiva, metodo corrente nella digitalizzazione, serve a tutt’altro: si sacrifica la copia per salvarne il contenuto. Il libro è distrutto; il testo è smaterializzato. Chi tira in ballo &lt;em&gt;Fahrenheit 451&lt;/em&gt; farebbe bene a ricordare che i pompieri di Bradbury non mettevano da parte il testo per dopo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
ha alimentato l’allarme mettendo «libri rari» nel titolo, e le altre testate hanno ripetuto la formula a pappagallo. Eppure un libraio citato nella stessa inchiesta ha spiegato che quegli ordini all’ingrosso
: il che rimanda per lo più a edizioni uscite dopo l’introduzione dell’ISBN, attorno al 1970. Roba da bancarelle e mercatini dell’usato, che al prossimo sgombero di cantina finirebbe in discarica. Prima di proclamare la catastrofe culturale, si potrebbe dare un’occhiata al catalogo di una biblioteca: sono esattamente le pubblicazioni che le biblioteche di deposito legale esistono per conservare. Un ISBN, si capisce, non garantisce che la copia di deposito sia sopravvissuta; ma neppure la rarità sul mercato dell’usato prova che un testo sia scomparso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il macero distrugge la copia fisica, dediche e note a margine comprese. Gli esemplari con annotazioni o provenienze di rilievo storico meritano di essere individuati e messi al sicuro, possibilmente prima che finiscano sul mercato dell’usato. Ci si può inquietare anche per l’assottigliarsi delle copie fisiche dei titoli fuori catalogo; ma allora bisogna chiedersi perché i titolari dei diritti non li ristampino, né autorizzino l’accesso ai facsimili digitali che già esistono. Gli studiosi conoscono la scena: Google Books trova il passo che vi serve e poi vi offre un frammento di un libro che non potete né comprare nuovo né leggere in rete. Ci sono, qui, perdite di cui vale la pena discutere. Ma non trasformano uno scanner in un rogo nazista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’editoria, intanto, manda al macero gli invenduti da sempre, come normale routine. Nella sola Francia si stima che nel 2023 siano state
, circa il 60 per cento delle rese ai distributori. Si chiama gestione delle scorte. Le copie in eccesso e i titoli usati ormai rari pongono questioni di accesso diverse; ma distruggere carta non è, di per sé, né censura né tirannia.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="più-libri-ia-migliore"&gt;Più libri, IA migliore?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Che le aziende di IA comprino e scansionino libri è, a ben vedere, una buona notizia. Una tecnologia rimproverata di continuo per la sua presa superficiale sulla cultura umana ne sta acquisendo di più; ci si sarebbe aspettati che gli studiosi ne fossero contenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il web è un surrogato scadente della memoria scritta di una lingua. Gran parte di ciò che una lingua ha registrato – romanzi e memorie, canzoni popolari, conversazioni trascritte – non è mai passato dalla carta alla rete, e molti di quei libri sono sopravvissuti ai loro editori. Portarli nei dati di addestramento conta soprattutto dove non c’è quasi altro. Qualche libro in più in inglese porterà miglioramenti al margine; in una lingua poco rappresentata, gli stessi libri possono fare la differenza fra un sistema utilizzabile e uno inservibile. Se questi strumenti abbiano posto nei servizi pubblici o nella vita di tutti i giorni è materia di dibattito pubblico. Ma dovunque scegliamo di usarli, dovremmo poterlo fare nella nostra lingua.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli ordini segnalati in Spagna e nei Paesi Bassi rendono concreta la posta linguistica. A maggio
ha raccontato di un libraio di Badalona che riceveva ordini a ripetizione, soprattutto di saggistica in catalano: libri di storia, manuali tecnici, vecchi atti di convegno. Ad agosto la stampa olandese riferiva di una richiesta a De Slegte di
. La lingua dei libri merita almeno tanta attenzione quanto la sorte delle loro rilegature. Forse è chiedere troppo al Daily Mail; ma perfino i giornali più sobri hanno avuto poco da dire sulle lingue in gioco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche gli accordi di licenza con i grandi editori possono fornire materiale prezioso, ma i loro cataloghi digitali coprono solo una frazione di quanto è uscito a stampa. I libri mai digitalizzati, o di cui l’editore non detiene più i diritti, restano fuori dall’offerta. Nemmeno la licenza più generosa può tener luogo della storia dell’editoria, e tanto meno della storia di una cultura. Comprare copie usate è un modo per scavalcare quei confini commerciali.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="furto-non-è-un-argomento"&gt;«Furto» non è un argomento&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nemmeno gridare al «furto» aiuta. Nel giugno 2025 due tribunali distrettuali statunitensi hanno stabilito che, nei casi loro sottoposti, usare libri per addestrare modelli linguistici rientrava nel fair use. In
la corte ha insistito sul carattere trasformativo dell’addestramento: i libri servivano a costruire un sistema capace di produrre espressione nuova. I modelli possono memorizzare dei passi, ma usare un libro per l’addestramento non rende l’intero testo recuperabile a comando. D’altra parte, l’assenza di riproduzione letterale non liquida ogni obiezione: in
il giudice ha avvertito che le opere generate dall’IA potrebbero inondare il mercato, e che la prova di un danno del genere potrebbe far cadere la difesa fondata sul fair use; solo che quei querelanti non avevano portato prove significative di un simile danno alle proprie opere. Nessuna delle due sentenze concede alle aziende di IA un lasciapassare, né chiude la disputa etica. Ci obbligano piuttosto a distinguere come i libri vengono acquisiti, come le copie vengono conservate e che cosa l’addestramento ne fa. Chiamare tutto questo «furto» lascia quelle domande senza risposta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per inciso, la sentenza Anthropic fornisce alla ghigliottina la sua ragion d’essere. La corte ha convalidato la digitalizzazione delle copie acquistate e ha bocciato l’accumulo di libri piratati in una biblioteca permanente, per il quale l’azienda ha poi
. La digitalizzazione è passata anche perché ogni copia a stampa veniva distrutta nella conversione: la copia digitale la sostituiva, e non usciva dall’azienda. La distruzione che tanto indigna ha aiutato Anthropic a far riconoscere il suo programma di digitalizzazione come fair use. Comprare, scansionare e buttare era, in quel caso, la via legale: la ghigliottina è qui uno strumento di conformità alla legge. Comprare copie può risolvere il problema dell’acquisizione; ma non dà a nessuno, di per sé, il permesso di condividere il corpus che ne risulta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ci sono buone ragioni per volere un’IA che attinga a più lingue, a più ricerca, a più di quel mondo che esisteva prima di internet. E non svaniscono perché un’azienda che ci sta antipatica ci ha visto un affare.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="indignazione-di-seconda-mano"&gt;Indignazione di seconda mano&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Torniamo dunque al Daily Mail. Il suo articolo rientra in
, una campagna di editori di giornali e di libri che chiedono per l’IA
. Due comode sostituzioni fanno tutto il lavoro: Big Tech sta per l’IA, e i titolari dei diritti stanno per la creatività britannica. Il lettore è invitato a difendere la cultura mentre gli editori ne contrattano il prezzo di vendita. Gli studiosi che rilanciano la notizia potrebbero chiedersi a quale causa stia servendo la loro indignazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Big Tech e i
bisticciano sull’affitto, ma nessuno dei due ha nulla da ridire sul recinto. La favola dell’autore solitario derubato dal gigante tecnologico nasconde ciò che le licenze costose offrono a entrambi gli schieramenti: gli editori incassano, e Big Tech ottiene un mercato in cui i concorrenti più piccoli non possono permettersi di entrare. Peter Thiel ha espresso la preferenza della Silicon Valley con maggiore franchezza:
.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le licenze non devono per forza finire così. Un accesso a prezzi abbordabili e non esclusivo potrebbe aiutare gli sviluppatori più piccoli. Ma un sistema che obbliga ogni nuovo arrivato a trattare accordi costosi con i grandi titolari dei diritti trasforma il potere d’acquisto in biglietto d’ingresso. Un pagamento presentato come concessione alle industrie culturali finisce per comprare protezione dai concorrenti di domani.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="lia-non-appartiene-a-big-tech"&gt;L’IA non appartiene a Big Tech&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;C’è una questione più di fondo. Troppa critica dell’IA scambia i suoi maggiori fornitori commerciali per l’intero campo. I prodotti occupano i titoli; la ricerca e lo sviluppo fuori da quelle aziende spariscono dalla vista. Big Tech non potrebbe desiderare equivoco più comodo: la sua ambizione di possedere il campo diventa la premessa della critica che le si rivolge. Il monopolio non è ancora cosa fatta; trattarlo come tale è un enorme favore reso a quelle aziende.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’IA open source permette di costruire e adattare sistemi che rispecchino una maggiore varietà di lingue, culture e forme d’espressione. Per i paesi d’Europa, d’Africa e d’America Latina, come per la Corea del Sud, il Giappone e l’India, è una base concreta di sovranità tecnologica e culturale: poter decidere come funzionano i sistemi, quali lingue servono e dove si usano. Se usare l’IA, e per quali fini, dovrebbe restare una scelta pubblica, non una decisione dettata dalla dipendenza da un fornitore straniero.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma la libertà di modificare un sistema vale poco senza i mezzi per farlo. Il lavoro indipendente ha bisogno di competenze, di infrastrutture di calcolo e di accesso al materiale di addestramento. E qui si torna ai libri. Se ogni gruppo di ricerca o istituzione pubblica deve negoziare da sé i propri accordi con gli editori, o mettere insieme una biblioteca privata, l’indipendenza resta un privilegio di chi può pagarsela.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="i-libri-ci-sono-già"&gt;I libri ci sono già&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Biblioteche e archivi hanno impiegato generazioni a raccogliere il materiale di cui questi sistemi hanno bisogno. Le loro collezioni esistono perché l’accesso al sapere deve durare più dell’interesse commerciale a venderlo. Molto è già stato scansionato:
custodisce circa diciannove milioni di volumi digitalizzati provenienti da biblioteche di ricerca, molti ancora sotto diritto d’autore. Una biblioteca scansiona un libro e lo tiene: nessuno, lì, ha bisogno di una ghigliottina. HathiTrust
, ma ha anche annunciato
, un progetto per dare accesso ai corpora alla ricerca e allo sviluppo non commerciali sull’IA. Un accesso a quelle condizioni lascerebbe comunque fuori una parte degli sviluppatori indipendenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Possedere i libri, però, non dà a una biblioteca il diritto di distribuirne i contenuti protetti come corpus di addestramento. Il
consente a istituti di ricerca e biblioteche di estrarre testo e dati dalle opere cui accedono legalmente, a fini di ricerca scientifica, e ammette un’estrazione più ampia dove i titolari non si siano riservati i diritti. La
: la sua eccezione copre la ricerca non commerciale e limita il trasferimento delle copie. Nessuno dei due ordinamenti dà alle biblioteche un diritto generale di condividere i propri fondi protetti perché altri vi costruiscano sopra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si potrebbe anche ripensare per quanto tempo i titolari dei diritti debbano controllare gli usi computazionali dei libri. I brevetti farmaceutici offrono un termine di paragone: la loro durata normale di vent’anni è ben più breve della protezione del diritto d’autore, che dura tutta la vita dell’autore e settant’anni oltre. I libri potrebbero diventare disponibili per l’estrazione di testo e dati, senza licenze a pagamento, dopo – poniamo – vent’anni dalla prima pubblicazione, mentre i diritti di ripubblicazione e di vendita restano protetti? Tutelare il diritto di un autore a vendere il proprio libro non deve per forza significare controllare per generazioni ogni uso che se ne può fare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Due anni fa, su
, ho sostenuto che i dati del patrimonio culturale vanno trattati come un bene pubblico. I governi dovrebbero finanziare biblioteche e archivi perché digitalizzino, trascrivano e documentino le loro collezioni, e dar loro l’autorità legale di mettere i corpora così ottenuti a disposizione di chi voglia costruirvi sopra. Big Tech potrebbe contribuire al conto con un prelievo dedicato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il finanziamento pubblico dovrebbe accompagnarsi a politiche di raccolta e regole di accesso pubblicate, valide per il lavoro accademico come per quello commerciale, senza accordi esclusivi né corsie preferenziali per i donatori. Accesso per l’addestramento non significa per forza ridistribuzione illimitata dei libri protetti. Gli autori dovrebbero partecipare al disegno dello schema pubblico, compreso il modo in cui affronta consenso, remunerazione e concorrenza con le loro opere. L’accesso gratuito per gli utenti non esclude una remunerazione degli autori a carico dello Stato: il
, che paga gli autori con fondi pubblici quando i loro libri vengono presi in prestito, è già un precedente. Il rogo non è mai stato la notizia. La notizia è il recinto.&lt;/p&gt;</description></item><item><title>Cari direttori: se volete la mia voce, ridatemi la mia lingua</title><link>https://clementgodbarge.com/it/post/dear-editors/</link><pubDate>Thu, 27 Aug 2026 00:00:00 +0000</pubDate><guid>https://clementgodbarge.com/it/post/dear-editors/</guid><description>&lt;p&gt;Non passa giorno senza che una rivista strombazzi la propria politica sull’IA. Stavolta tocca a &lt;em&gt;Progress in Human Geography&lt;/em&gt;, i cui direttori hanno pubblicato
in cui avvertono che servirsi dell’IA in sostituzione della propria lettura, del proprio pensiero e della propria scrittura è «una violazione dell’etica accademica assimilabile al plagio». Gli articoli colti in fallo «potranno essere ritirati»; nel migliore dei casi saranno corretti, con tanto di avviso stampato sulla rivista. Gli autori, aggiungono i direttori, farebbero bene a «ponderare con cura se desiderano che il loro nome sia associato a ritiri e avvisi di correzione».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quella frase merita che ci si fermi un momento. La ritrattazione è la sanzione massima dell’editoria accademica, la pena riservata di norma alla fabbricazione dei dati e alla frode. Qui viene agganciata a un’infrazione che lo stesso editoriale non riesce a definire. Esistono, ammettono i direttori, «autentiche zone grigie» e «nessuna linea netta che delimiti la zona dell’“irresponsabilità”». L’applicazione della regola poggerà su «giudizi discrezionali che potrebbero scontentare qualche autore, il quale sosterrà di non aver fatto un uso improprio dell’IA»: la vostra dichiarazione, in altre parole, potrà essere scavalcata. Segue il consiglio di restare «al sicuro nella zona della “responsabilità”»; e si raccomanda la sicurezza soltanto dove c’è un pericolo. Punire chi oltrepassa una linea che si confessa di non saper tracciare ha senso solo se si vuole regnare con la paura. Tenetelo a mente: ci torneremo.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="il-pretesto-della-voce"&gt;Il pretesto della voce&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Che cos’è, allora, un uso responsabile? Agli autori si dice che «occorre grande cura … per conservare la propria voce». L’abuso è ricorrere all’IA «per scrivere in una lingua che gli autori non impiegherebbero mai normalmente». Per un madrelingua il precetto fila: non fingere di essere ciò che non sei. Ma per lo straniero costretto a scrivere in una lingua non sua, l’ingiunzione si morde la coda. La voce che la politica dice di proteggere è esattamente ciò che le regole della rivista ci negano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Prendete me come banco di prova. L’inglese è la mia quarta lingua: proprio il genere di lingua che non impiegherei mai «normalmente». Le università anglofone mi hanno addestrato a scriverlo corto, segnaletico, quasi meccanico: la frase-tema in apertura, le attenuazioni nei punti prescritti, i connettivi presi dalla lista approvata. L’addestramento ha funzionato: nel mio inglese non c’è mai stata una voce da proteggere; è stata la prima cosa a dover sparire. Stando alla definizione dei direttori, tutto ciò che ho scritto in inglese è uso improprio, con o senza macchina.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="presi-in-tenaglia"&gt;Presi in tenaglia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I direttori dicono di aver pensato a noi: la politica riconosce che chi non è madrelingua trae vantaggio dall’IA che gli corregge l’inglese, e perfino dai suoi «servizi di traduzione, scrittura e revisione». Eppure il contributo dell’IA alla scrittura «dovrebbe limitarsi, al più, a un aiuto nella revisione e nella correzione delle bozze», senza arrivare a «grandi porzioni di testo scritto dall’IA». Ora, un articolo tradotto a macchina è scritto dall’IA dalla prima all’ultima parola: non è fatto d’altro che di simili porzioni. La concessione regge dunque soltanto se tradurre non è scrivere. E dove passa quella linea? Ce l’hanno già detto: «nessuna linea netta».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;C’è di peggio, perché il sospetto non è soltanto infalsificabile: è truccato. Nel 2023 un gruppo di Stanford ha messo alla prova sette rilevatori di IA di largo uso su saggi scritti da esseri umani: in media, i rilevatori hanno bollato come prodotto della macchina il 61% dei saggi TOEFL di non madrelingua, mentre classificavano quasi senza errori quelli dei madrelingua; uno di essi ha segnalato il 97,8% del corpus TOEFL (
). La ragione è istruttiva. I rilevatori misurano la prevedibilità, e l’inglese di chi lo ha imparato come seconda lingua, addestrato verso la media, è prevedibile per costruzione: la parola più probabile nell’ordine più probabile. Lo stesso studio ha ritrovato il segnale nella produzione scientifica vera e propria, con una minore variabilità linguistica negli articoli di convegno il cui primo autore non è madrelingua. Gli indizi stilistici che «sanno di IA» sono gli indizi di un buon inglese da seconda lingua, e un giudizio umano, per quanto discrezionale, legge gli stessi indizi della macchina. La tenaglia è chiusa: se scrivo il mio inglese sembro una macchina; se uso la macchina infrango la loro regola.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="la-tassa-sulla-lingua"&gt;La tassa sulla lingua&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il paradosso sarebbe innocuo se non fosse accompagnato da minacce. Ma le minacce portano alla luce un problema più profondo e più antico, che la politica non nomina mai: il monolinguismo. Le
chiedono «la più ampia copertura internazionale possibile» e, nella stessa pagina, avvertono che «la lingua della rivista è l’inglese».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il costo di questo assetto non è ipotetico. Intervistando 908 scienziati ambientali, Amano e colleghi hanno rilevato che i non madrelingua impiegano fino al 51% di tempo in più per scrivere un articolo, se lo vedono respingere 2,5 volte più spesso e ricevono richieste di revisione 12,5 volte più spesso, per ragioni puramente linguistiche (
). Questa tassa si paga prima che arrivi qualsiasi politica sull’IA; il modulo di dichiarazione e le sue minacce sono una verifica fiscale in più.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="fin-dempire"&gt;Fin d’empire&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il monolinguismo è l’assioma di cui nessuno discute. È un’eredità imperiale che col tempo si è data una giustificazione pratica: la traduzione era lenta e costosa, e nessun comitato poteva valutare ciò che non sapeva leggere. Ma nulla di tutto questo sopravvive ai progressi della traduzione automatica, che allo stato dell’arte può fare da strato affidabile fra autori e direttori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La via d’uscita ideale è umana: gli studiosi dovrebbero leggere più di una lingua. Le università anglofone preferiscono invece chiudere i dipartimenti di lingue moderne. Si noti che le chiusure sono un fenomeno angloamericano: altrove gli studiosi non hanno mai avuto il lusso del monolinguismo. E si noti il momento. Chiudere un dipartimento di lingue è fare una scommessa: che l’inglese abbia vinto per sempre, e che nulla che valga la pena di leggere verrà mai più scritto in un’altra lingua. Una scommessa fatta nel momento sbagliato, e per due ragioni. Primo, perché la traduzione automatica rende possibile, per la prima volta, fare a meno di una lingua franca; secondo, perché l’ordine che ha fatto dell’inglese la lingua di default si sta ritirando: l’anglosfera si chiude in se stessa, la globalizzazione rifluisce, il libero scambio è contestato nelle sue stesse patrie e prende forma un mondo multipolare in cui le lingue che vale la pena di leggere si moltiplicheranno. Le università sfornano studiosi che leggono solo l’inglese per un mondo in cui l’inglese non basterà. E i comitati di redazione saranno i primi a pagarne il conto.&lt;/p&gt;
&lt;h2 id="una-prova-per-i-direttori"&gt;Una prova per i direttori&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Quando un comitato di redazione lamenta di non riuscire a sentire la voce dei suoi autori, forse una parte del problema sta nel comitato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È un’accusa seria, e viene con una prova altrettanto seria. &lt;em&gt;Progress in Human Geography&lt;/em&gt; manderebbe ai revisori un articolo scritto in francese, in italiano o in giapponese, accompagnato da una versione inglese tradotta a macchina? Le stesse norme della rivista riconoscono i servizi «di traduzione» che lo renderebbero possibile. Un sì chiude la questione. Un no ci direbbe che cosa la politica protegge davvero.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In un caso come nell’altro, la scelta spetta ai direttori. Se la voce conta, come sostengono, la rivista accetti gli articoli nelle lingue in cui gli autori pensano. Se non conta, via il modulo di dichiarazione, e con esso le minacce.&lt;/p&gt;</description></item></channel></rss>